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Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri
Anno XV - n° 5-2010
www.enpam.it
pag. 22-23
Giustino Varrassi, Ordinario presso la Cattedra di Anestesia e Rianimazione dell’Università di L’Aquila è Presidente dell’EFIC - Europe Against Pain. Nato a L’Aquila si laurea in Medicina e Chirurgia presso “La Sapienza” di Roma, conseguendo la specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Attualmente si occupa di Anestesiologia Ostetrica e di Terapia del Dolore presso l’Ospedale 5. Salvatore di L’Aquila. I suoi campi di interesse nella ricerca sono il dolore acuto postoperatorio, cronico e dell’anestesia e analgesia in ostetricia e attualmente si occupa dell’uso di oppioidi maggiori nel trattamento del dolore oncologico e non oncologico
Arrivano nuove regole per combattere il dolore
Un tema ancora scarsamente trattato in Europa. Una recente inchiesta ha rivelato che il 20% circa della popolazione ne è colpita e ne soffre. Ma oggi l’Italia ha fatto un passo in avanti grazie all’approvazione della legge 38/2010 sulle terapie palliative specifiche di questa patologia
di Andrea Sermonti
Il dolore è ancora scarsamente trattato in Europa: una recente inchiesta ha rivelato che il 20% circa della popolazione ne soffre in forma cronica. Ma oggi l’Italia ha fatto un passo in avanti grazie all’approvazione della legge 38/2010 sulle terapie palliative e la terapia del dolore.
Di fronte al dolore, in Europa, non siamo tutti uguali: esiste un ampio range di prevalenze nella percentuale di soggetti che ne soffrono: dal 11% della Spagna al 31% della Norvegia. “E l’italia rappresenta un esempio decisamente negativo — sottolinea Giustino Varrassi — con una prevalenza del 26%. Tutto ciò nonostante la disponibilità di farmaci o presidi per il trattamento del dolore sia sovrapponibile tra i vari paesi”.
- Quali i motivi delle differenze?
Uno di essi è rappresentato dal modello assistenziale con cui il Ssn affronta il dolore sia acuto che cronico. La situazione italiana è stata per molto tempo contraddistinta da uno scarso interesse da parte della medicina al fenomeno “dolore”.
Esso è sempre stato inteso come un inevitabile sintomo di molte patologie in cui una qualsiasi forma di lesione dei tessuti avesse come conseguenza la fisiologica risposta rappresentata dal dolore. Pertanto si è sempre pensato che la risoluzione della patologia scatenante avesse, come conseguenza, la risoluzione del dolore stesso. Tale atteggiamento culturale non consentiva di spiegare la cronicizzazione del dolore o alcune forme di dolore in cui la lesione dei tessuti fosse completamente assente. Oggi molti studi scientifici hanno evidenziato, anche se ancora non completamente, che il cervello umano rappresenta un complesso sistema in cui ciò che la medicina tradizionale chiama “dolore” è frutto di 2 antitetici fattori, uno favorente e uno inibente la percezione, e che il dolore che l’uomo ha è la risultante di un meccanismo in cui i fattori influenzanti sono molteplici.
- Come si è arrivati a questo “cambio di atteggiamento” nell’affrontare il paziente con dolore cronico?
Sicuramente grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche sull’argomento, grazie alle quali il dolore è stato accettato come una patologia cronica a se stante e trattato come tale. Una delle conseguenze più immediate di tale cambio culturale è stata la percepita indispensabilità di misurare il dolore. In molti casi di pazienti cronici la patologia che li affligge viene “misurata”. Si pensi alle frequenti rilevazioni della glicemia nel diabetico o alle misurazioni della pressione arteriosa nell’iperteso. Ciò è divenuto pratica corrente anche nei malati con dolore, sia acuto che cronico. Solo attraverso una frequente misurazione e segnalazione nella cartella clinica si possono valutare le evoluzioni (e mantenerne memoria) di una patologia tanto importante quale è il dolore.
- E dal punto di vista assistenziale?
Il paziente con dolore cronico, in molti paesi prima che in Italia, ha trovato assistenza in centri dedicati in cui il dolore veniva affrontato come una importante patologia cronica e, come tale, veniva seguito con attenzione nelle sue evoluzioni temporali. Ciò ha consentito, ad esempio, la prevenzione o il trattamento precoce delle frequenti “ricadute”, tipiche di ogni patologia cronica. Tutto questo in molti paesi Europei ha dato vita ad una ben precisa rete assistenziale in cui il paziente sa di poter trovare alcuni specialisti in grado di lenire le sue sofferenze in maniera efficace. Ma non solo.
- E da noi come ci si comporta?
Il vero problema che ha di fatto rallentato la presa di coscienza del fenomeno ‘dolore’ è rappresentato dalla lentezza con cui il sistema educativo italiano ha percepito le novità e le ha trasmesse alle nuove generazioni di addetti alla salute.
Di fatto l’insegnamento della fisiopatologia del dolore è stato per moltissimi anni limitato ad alcune sparute isole universitarie in cui l’appassionato di turno aveva piacere a trasmettere le sue conoscenze agli studenti di medicina, piuttosto che agli specializzandi. Ciò è stato da tempo sistematizzato in molti dei paesi Europei dove ogni studente ha ricevuto ben precisi insegnamenti su una patologia ritenuta importante. L’Italia, nonostante abbia avuto importanti esperienze iniziali, ancora oggi stenta a sistematizzare l’insegnamento di questa materia. Ciò ha come conseguenza che, mentre in altre nazioni (inclusa l’Irlanda, la Svezia, la Turchia) esiste già la specializzazione in Medicina del Dolore, il nostro sistema universitario discetta ancora su chi debba insegnare una materia tanto importante, nonostante i dati ormai sempre più chiari sulle conseguenze sociali che la patologia “dolore cronico” ha.
- Cosa fa in questa direzione l’EFIC che lei presiede?
Fin dalla sua nascita I’EFIC supporta importanti campagne di sensibilizzazione e educazione sul dolore, nel tentativo di ottenere una equalizzazione della situazione Europea. In questa ottica ha supportato una campagna tanto importante come ‘Change-Pain’ che si prefigge, appunto di modificare l’atteggiamento culturale e assistenziale in quelle nazioni in cui, come in Italia, una nuova cultura di cura o prevenzione delle sofferenze stenta a decollare.
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“CHANGE PAIN” LA CAMPAGNA PER SCONFIGGERE IL DOLORE
“Change Pain” è una campagna educazionale, internazionale e indipendente, promossa da Grùnenthal e supportata da Efic-Europe Against Pain, organizzazione professionale interdisciplinare che opera nel settore della scienza e della medicina del dolore, con l’obiettivo di aumentare la sensibilità e l’attenzione sul tema dolore, attraverso la comprensione dei bisogni dei pazienti e lo sviluppo di progetti e soluzioni volti a supportare gli operatori sanitari impegnati a migliorare la qualità della vita del paziente con dolore. Il progetto, con la sua impronta internazionale, ha l’intento di applicare nei diversi Paesi i più alti standard qualitativi nel trattamento del dolore con il fine di ottenere la migliore diffusione delle best practice nel trattamento del dolore. Parallelamente, il carattere locale di ciascuna campagna d’informazione, ne consente la declinazione in modo mirato delle informazioni per ottenere quei cambiamenti necessari a migliorare il quadro di riferimento locale. L’intento del progetto è quello di facilitare il dialogo tra medici, pazienti e istituzioni sanitarie perché un vero cambiamento può realizzarsi solo con la collaborazione di tutti gli interlocutori coinvolti, In questo contesto si inquadrano le iniziative di informazione, educazione e ricerca capitoli in cui si declina il progetto. Il progetto ‘Change Pain’ è supportato, a livello internazionale dalla Federazione Europea delle Associazioni per lo Studio del dolore (EFIC), la più grande ed importante associazione internazionale e multidisciplinare per lo studio del dolore). In Italia EFIC, FederDolore e Società Italiana di Medicina generale (SIMG) sono partner del progetto “Change Pain”.
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